vecchie foto/3 Massoneria molisana







Sfogliando vecchie fotografie/3
Costume di Bagnoli del Trigno (Cenni sulla massoneria molisana)


















Foto Antonio Trombetta, 1900 circa, stampa originale alla gelatina bromuro d'argento, colorata



L’estro popolare molisano non ha mai disdegnato di toccare le corde satiriche. Anzi, secondo un diffuso convincimento critico, è nella satira che l’animo nostro riesce ad esprimersi in modo originale. Le occasioni per “ricacciare” canzoni erano perloppiù legate a disinibiti comportamenti muliebri, come quelli stigmatizzati a Bagnoli del Trigno.


A Carmela uocchie basse
Giuacchine la porte a spasse
e se nn’era ru cappotte
re faceva n’antra botta.



E Carmela la schiummatora
ze ne va a spasse tutte l’ora:
mo ce la fa un’antra botta
senza manche nu delore.



E Carmela supraffina
z’ha purtata na vicina;
come mai Giuacchine
nen ce iute a San Michele?



Giuacchine sta mmalate
dentr’u liette scunzelate,
e Carmela puverella
z’ha trevate n’antr’amante.



Giuacchine l’ha recercata,
ma Carmela ze n’è scappate;
Giuacchine mo ze more
mo ze more de passion
e.


Né a Bagnoli né altrove mancavano esche diverse, come il tentativo inglorioso di migliorare la posizione sociale portato avanti da qualche intrepido condannato ai capitomboli e agli sfottò in rima e in musica.


Caratille è iute a Roma
pe cumbrarse la pultrona;
mo z’è rotta la riella,
Caratille è iute a terra.



Care cocò durmice n’ coppa,
care cocò nen ci penzà,
ca ru debbutate nen l’hai da fà.



Cannavine ci ha la pultrona,
don Michele la medaglia,
Caratille la cariola:
l’arte seia a la via nova.



Care cocò durmice n’ coppa,
care cocò nen ci penzà,
ca ru debbutate nen l’hai da fà.


Dall’alto del loro Olimpo, i Cannavina, i Michele Pietravalle ricordati nella satira, e i loro benestanti elettori amavano guardare al “popolino” con atteggiamento estetizzante, infarcito di languori di maniera che alimentavano le sdolcinatezze dei Cirese e dei suoi emuli.


Belle capille ricce ncannellate,
a chessa bionda testa le tenite,
e quande la matina le ntrecciate
fate fermà ru sole a meza strada:
tu fa’ fermà ru sole e ie la stella,
tu va cercanne l’amante e i’ so quelle;
tu fa’ fermà ru sole e ie la luna,
tu va cercanne l’amante e i’ so une.


Tanto corrivi, i galantuomini, a sospirare per le trecce d’oro o gli occhi neri di ogni pacchiana avvenente e senza meno a insidiarne le grazie, quanto ferocemente determinati ad escludere la povera gente da ogni orizzonte di elevazione sociale.


Erano i tempi della massoneria imperante. I molisani, che secondo una icastica riflessione di Nicolò D’Abramo, sarebbero successivamente confluiti sotto l’ala del fascismo prima, della Democrazia Cristiana poi, e – aggiungiamo noi – di Berlusconi oggi, erano a quei tempi alla mercé di capipopolo uniti tra di loro dal vincolo massonico. Una ricognizione in quel mondo sarebbe oltremodo stimolante, a giudicare da quanto anticipato in alcuni studi da Michele Tuono. In questa sede basterà riprodurre una indagine concepita con intenti divulgativi e pubblicata una dozzina d’anni fa, quando la cronaca nazionale era tornata a ridipingere il Molise come terra pullulante di liberi muratori.


***


“Niente mi impedisce di trasformarmi in uomo sandwich e andarmene a spasso per Roma con la scritta: ‘Sono un massone’. Ma non posso fare la stessa cosa per gli altri. Non posso rivelare i nomi dei fratelli molisani: la leggenda dipinge ancora i massoni come mangiatori di bambini”. L’interlocutore anonimo di Villa Medici del Vascello, sede del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani a Roma, è cortese ma ovviamente abbottonato.


Undici anni dopo la sinistra fiammata della P2, ci eravamo messi sulle tracce della massoneria molisana, con la convinzione di muovere incontro all’appendice regionale di un organismo ormai in decomposizione. Invece, a ottobre si è cominciato a parlare di connessione mafia-massoneria-politica, e quindi di copertura massonica al movimento referendario di Mario Segni; si è aperto subito dopo il processo alla P2; ed è arrivata, infine, l’inchiesta dei magistrati di Palmi. L’escalation, riportando sulle prime pagine dei giornali le cazzuole, le squadre e i compassi della normale liturgia dei liberi muratori, ha restituito all’attualità il nostro approccio che poteva apparire un po’ snob. Però, gli ha tolto la terra da sotto i piedi. Il dr. Giampiero Batoni, portavoce ufficiale della Massoneria Italiana, al quale su indicazione dell’uomo sandwich avevamo strappato l’impegno a fornire i nomi di logge e affiliati molisani, o quantomeno quello di un referente locale, si è visto impossibilitato, certo per l’indagine giudiziaria in corso, a mantenere la promessa.


La massoneria molisana vanta una storia di tutto rispetto. Affonda le radici nella seconda metà del Settecento, quando vi aderirono professionisti e intellettuali che avendo studiato a Napoli, recepiranno poi le istanze giacobine. Si fortifica con il sacrificio dei martiri del 1799. Cresce sul terreno degli ideali liberali, propugnati dai carbonari e dai rivoltosi del 1848. L’Unità d’Italia, raggiunta grazie agli sforzi non sempre coordinati ma sempre generosi dei quattro grandi della massoneria nazionale, Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II, apporta nuova linfa alla causa dei liberi muratori nostrani. Appartati nel loro angolo di mondo, i galantuomini dettero vita a un saldo vincolo massonico, cementato da un vigoroso anticlericalismo, di cui è testimonianza nel gran numero di gazzette pubblicate fin nei più sperduti centri della regione. Il vincolo ribadiva lo strapotere di ognuno di loro nei paesi di appartenenza e della casta a livello istituzionale. La massoneria si configurò come la più grande lobby, il più grosso partito trasversale operante in Molise fino al fascismo. I più importanti posti di comando erano nelle mani dei fratelli muratori. E ciò anche grazie alla posizione del Clero, spesso servo e maggiordomo dei notabili massoni, con i quali stabilì intese di reciproci appoggi e supplenze. Il solo don Balduino Migliarese, battagliera e controversa figura di parroco a Petrella Tifernina, cercherà di arginare nel 1914 il dilagare della massoneria con gli strumenti del pubblicista; mentre nel 1915, Mons. Gianfelice, vescovo di Boiano-Campobasso si limiterà a protocollare la presenza della “secta massonica” fin dai tempi antichi. Lo zenit massonico fu raggiunto nel periodo che va dal 1900 all’avvento del fascismo, quando i partiti politici moderni si mostrarono incapaci a scalfire il tessuto regionale (è un fatto che a Campobasso nel 1919 non ancora era stata aperta una sola sezione di partito). Di conseguenza le elezioni molisane promossero sempre gli stessi nomi liberali e ministeriali, quasi sempre massonici. La sede dell’Amministrazione Provinciale di Palazzo Magno a Campobasso si propose allora come roccaforte della massoneria e Campobasso come capitale dei massoni di Abruzzo e Molise. L’Annuario Massonico del 1919 vi registra l’esistenza di un Consiglio dei Cavalieri di Kadosch, che accoglieva gran dignitari del 30° grado, con a capo il potente segretario generale della Provincia, l’avv. Francesco Saverio Giancarlo. Il Consiglio dei Kadosch estendeva la sua autorità su cinque Capitoli Rosa-Croce, con affiliati dal 15° al 18° grado, le cui sedi erano a Campobasso (con lo stesso Giancarlo come presidente), all’Aquila, a Chieti, a Lanciano e a Isernia, con il prof. Antonio Di Lullo presidente. La prof. Annamaria Isastia, storica della Massoneria Italiana, informa inoltre che a tutto il 1923 esistevano cinque logge in Molise. A Campobasso, la “Nova Lux” annoverava tra le sue fila, oltre a Giancarlo, Angelo Del Lupo, presidente della Provincia e Giuseppe Petrucciani, presidente dell’Associazione Industriali; disponeva, inoltre, di un retroterra demomassonico formato dai sindaci Domenico Pistilli ed Eugenio Grimaldi, da Gustavo Spetrino, presidente della Società Operaia, ed altri. Ad Agnone la loggia “Aquilonia” contava sul deputato Alessandro Marracino, poi sottosegretario alla Guerra nel Ministero Facta, e quindi senatore del Regno, e su professionisti locali come Raffaele Sabelli e Michele Cervone. A Isernia, la loggia “Giuseppe Garibaldi-Cesare Battisti” s’imperniava sul deputato Ferdinando Veneziale e sul venerabile Di Lullo. Nel Basso Molise, attorno alla loggia “Giuseppe Mazzini” di Larino ruotavano il venerabile dr. Emilio Ricci, l’avv. Giulio Colesanti e il dr. Giuseppe Battista; a Termoli, infine, la loggia “Ernesto Natham”, dal nome del Gran Maestro a capo della Massoneria Italiana dal ’17 al ’21, aveva punti di riferimento nell’avv. Franco Petti e nel venerabile Felice Folchi.


Con la diffusione capillare della massoneria, dunque, bisognava fare i conti. I socialisti, i cui rapporti con la setta avrebbero dovuto essere improntati all’alternativa e furono spesso di commistione, avevano da tempo denunciato il pericolo di deviazione della vita pubblica, insito nel vincolo massonico, non improntato a criteri democratici. Ma fu il Partito Popolare che s’incaricò di portare avanti una veemente battaglia dalle colonne dell’Avvenire del Sannio. La polemica dei popolari con i massoni del periodico Democrazia e rinnovamento toccò toni di un’asprezza mai più raggiunta. Gli uni, a firma Fra’ Cristofaro (Gaetano Amoroso), definivano la massoneria come “il serpe verde” che avvelenava la vita pubblica italiana, impadronendosi di tutti i poteri per asservirli a fini settari; gli altri rivendicavano con ostentazione il proprio ruolo e la propria forza nei confronti dei “collitorti baciapile del pipì”. In ogni modo, la potenza della massoneria si espresse in forma schiacciante in occasione delle elezioni politiche del ’21. In Molise, motivi di autonomia regionalistica e di calcolo politico, avevano suggerito la presentazione di un listone unico in cui confluirono liberali, ministeriali, popolari, fascisti, nazionalisti e altri. Ne risultarono eletti solo i quattro esponenti massoni: Pietravalle, Marracino, Veneziale e Presutti. Ma toccato l’apice, cominciò allora la stagione di declino e per certi versi eroica degli incappucciati molisani. La marcia su Roma segnò l’inizio della conversione al fascismo dei molisani. Si rinnegarono principi e fedi per vestire la camicia nera. Molti massoni presentarono le dimissioni e saltarono il fosso, come Cervone e Marracino. Singolare quel che accadde al Giancarlo. Il “pezzo grosso” massone di Palazzo Magno pensò di poter tenere il piede in due scarpe. Venne, invece, platealmente espulso, insieme ai suoi accoliti, dal sindacato fascista. Tuttavia la massoneria molisana tenne duro e, guidata dalla figura eminente di un collaboratore strettissimo di Amendola, Enrico Presutti, avvocato e professore universitario, nato a Perugia nel 1870 da genitori campobassani, si distinse in una strenua attività di opposizione. Nel settembre 1923, la Società Operaia di Spetrino e il sindaco Grimaldi promossero a Campobasso una grande manifestazione antifascista. Alla vigilia delle politiche del ’24, i fascisti provocarono diversi incidenti a Campobasso. Tra l’altro, furono aggrediti il proprietario del caffè Lupacchioli e il barbiere Emilio Brienza, gestori di esercizi frequentati da massoni, e Brienza, in particolare, perché, sbarbando un fascista, gli aveva fatto il segno di Zorro, cioè gli aveva intaccato la mascella. Ma ad aprile, pur tra mille soprusi patiti, l’Opposizione Costituzionale di Presutti riuscì ad eleggere un candidato, lo stesso Presutti, nel collegio di Abruzzi e Molise: degli altri 20 seggi, 19 erano andati ai fascisti e uno ai socialisti. A giugno la Società Operaia di Campobasso aderì allo sciopero nazionale di protesta contro il delitto Matteotti, suscitando preoccupazioni nel prefetto per l’attività niente affatto rallentata dei demo-massoni, che nel novembre di quell’anno aderirono all’Unione Nazionale di Amendola. L’U.N. si avvalse di un foglio battagliero, La Vita del Molise, diretto coraggiosamente da Giulio Colesanti. Ma a causa della solidarietà espressa ad Amendola per l’attentato subito ad opera dei fascisti, il torchio del regime si strinse attorno al giornale. Vennero sequestrate più edizioni e, infine, il 31 dicembre 1925 La vita del Molise cessò le pubblicazioni. La legge di soppressione della massoneria, a seguito dell’attentato Zaniboni a Mussolini, aveva portato, intanto, alla devastazione delle logge di Agnone, di Larino e di Palazzo Petrucciani a Campobasso. La loggia d’Isernia s’era già sciolta spontaneamente. Ancor prima erano stati sciolti il Circolo Eguaglianza e la Società Operaia di Campobasso, perché centri di propaganda e di reclutamento dei democratici. Gli ultimi sussulti massonici in Molise si ebbero con Folchi, venerabile della loggia di Termoli, che perse l’insegnamento per non aver rinnegato la massoneria, con il dr. Battista di Larino che, per lo stesso motivo, perse la condotta medica in quel comune, e con Presutti che, in quanto aventiniano fu dichiarato decaduto dalla carica di deputato nel 1926 e, per essersi rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al regime, perse la cattedra universitaria. Enrico Presutti visse dei soli proventi di avvocato, pare non troppo agiatamente; per cercare nuove fonti di guadagno, tentò di pubblicare un romanzetto anonimo, il cui manoscritto fu però sequestrato dai fascisti. Era ritenuto pericolosissimo e, come tale, sottoposto a sorveglianza e isolamento fino al 1937, quando fu colpito dalla paralisi che lo costrinse a letto, fino alla morte avvenuta nel 1949.


Si potrebbe pensare che, con la caduta del fascismo, la massoneria molisana rialzasse il capo e, dal momento che massoni storici come Brienza, Petrucciani, Grimaldi, confluirono nel Partito Liberale, sia lì che bisogna cercare tracce. Il dr. Silvestro Delli Veneri, capogruppo socialista al Comune di Campobasso, ma all’epoca giovanissimo esponente di spicco del liberalismo molisano, è però di tutt’altro avviso. Nega ogni attività massonica nel Partito Liberale. “Prima di tutto, – sostiene – c’era l’ostracismo alla massoneria decretato dal Croce, al quale i nostri, da Morelli a Colitto agli altri, guardavano come a un vero e proprio nume tutelare. E poi, davvero non era il caso di offrire spazio di propaganda alla DC sul terreno dell’anticlericalismo; i liberali, Colitto in testa, erano e mostravano di essere sempre ligi alla Chiesa. Infine, – conclude Delli Veneri – di qualsivoglia attività massonica, per limitata che fosse stata, saremmo venuti a conoscenza”. Sul versante cattolico, l’onorevole Remo Sammartino, che da ragazzo era stato testimone della devastazione fascista della loggia di Agnone, cui, a suo dire, aderiva il fior fiore dei professionisti locali, si allinea sulla posizione di Delli Veneri: “In tanti e tanti anni di attività politica non ho avuto mai l’impressione di trovarmi circondato da gente e partiti che tramassero nell’ombra”. Lo stesso ripete Antonio Chieffo, presidente della Provincia di Campobasso che fu la roccaforte della massoneria molisana. “Escludo categoricamente di aver mai subito pressioni o comunque contatti che alla setta potessero far pensare. Né in sede istituzionale, né in sede elettorale. Ed è logico: i partiti hanno sottratto spazio di aggregazione a strutture come la massoneria; e comunque con l’istituzione delle Regioni la Provincia non è più la massima espressione politica periferica”. Ma alla Regione, ovviamente, si rigetta ogni ipotesi di eredità massonica. E l’on. Florindo D’Aimmo, già consigliere e presidente della Regione Molise, condivide: nessuna traccia di massoni nell’Ente e neppure nelle competizioni elettorali che lo hanno interessato.


Insomma, pare proprio che la grande tradizione massonica molisana sia svanita nel nulla. E forse è vero il giudizio perentorio di Nicolò D’Abramo, farmacista di Guglionesi, socialista fin dai tempi di Giolitti, perseguitato da Mussolini, e membro autorevole del Comitato di Liberazione Molisano. D’Abramo, che nel 1922, in qualità di direttore di Molise Avanti, polemizzò aspramente con l’allora sindaco di Campobasso, Grimaldi, e con altri massoni, giura dall’alto dei suoi 105 anni di età, sullo spirito buono ma gregario dei molisani: “Prima tutti massoni, poi tutti fascisti, infine tutti democratici cristiani”. Senonché nella sede romana della Massoneria di Palazzo Giustiniani, si è di tutt’altro avviso”. L’abbottonato e cortese uomo sandwich, dal quale abbiamo prese le mosse, assicura che non si è seccata l’acacia massonica, tutt’altro, e ce ne sono di logge, ce ne sono di affiliati.


Intanto la stampa nazionale comincia ad alzare i veli: opererebbe a Campobasso l’unica loggia del Molise, la “Nuova Era”. La loggia, che almeno nel nome ricorda la “Nova Lux”, è accreditata di un numero esorbitante di affiliati: circa settecento. Con molta probabilità il solerte cronista ha preso per numero di affiliati il numero d’ordine. Diversamente a Campobasso spetterebbe non il vecchio titolo di capitale massonica di Abruzzo e Molise, ma di capitale d’Italia.

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